Il progetto “PolaROAD” nasce dalla parodia di un marchio, di un formato… di un ricordo.
Polaroid ha custodito per decenni l’illusione dell’istantaneità: un frammento privato fissato in una cornice riconoscibile, da tenere in mano o appendere ad un muro con una puntina di metallo.
Con PolaROAD, l’istantanea non ritrae più volti, sorrisi, compleanni, ma si fa custodia di mappe. Non memorie intime, ma memorie comuni: le vie dell’Italia antica.
Un linguaggio visivo universale, quello delle reti sotterranee urbane, prestato ad una geografia che di urbano aveva soltanto la nascita delle città-stato: le POLIS.
Ogni mappa unisce punti che dalla duplice didascalia, in latino e in italiano. Per una scelta che non è un orpello, ma un cortocircuito semantico. Dove il latino restituisce gravità e distanza, l’italiano riconduce al quotidiano.
“Con il progetto PolaROAD, ho preso una Polaroid e l’ho piegata ad un altro destino.
Non più istantanee di volti e sorrisi, ma frammenti di strade, tracce di secoli.
Nel titolo c’è anche un’eco più remota che insiste su di una radice greca: POLI.
Richiama la polis greca, la città-stato. Non è un caso. Le linee colorate che attraversano le immagini sono legami fra polis, connessioni fra comunità, “radici” che uniscono il Mediterraneo antico all’Italia contemporanea.
Dentro queste immagini c’è il ricordo dei miei viaggi: quindici anni passati a percorrere l’Italia dei mille campanili, scegliendo quando potevo le antiche vie romane, fermandomi davanti alle rovine di Roma e della Magna Grecia. Non è stato turismo, ma una forma di conoscenza: camminare sopra le radici per capire meglio le contraddizioni del Paese”.















